Direzione Centrale Politiche del Lavoro, Sviluppo Economico e Università

Lavoro per il mercato e lavoro familiare

Per completare l’analisi del lavoro femminile in Italia, è importante prendere in considerazione anche il lavoro sommerso e irregolare. Le donne, infatti, sono più spesso coinvolte in lavori irregolari, rispetto agli uomini.
Accanto a queste forme di lavoro, è interessante approfondire il tema del lavoro di cura e familiare che, in Italia e nella maggior parte dei paesi europei, grava maggiormente sulle figure femminili, concentrando su queste ultime quote crescenti di tempo dedicate alla cura dei figli e alla casa, a fronte di un impegno da parte dei partner ancora limitato.
 

• Il lavoro irregolare:

Osservando i risultati di diverse indagini - Istat, Isfol e ricerche sul lavoro -  si può notare come le donne siano, in generale, maggiormente impiegate in attività irregolari, che sfuggono a volte alle statistiche ufficiali sugli occupati.
Secondo i risultati dell’indagine Isfol del 2007, condotta in Italia sui diversi aspetti del lavoro sommerso e irregolare femminile, sono 1.352.000 le donne coinvolte nel fenomeno del sommerso. Tale dato corrisponde al 47,4% del totale dell'occupazione irregolare; la componente femminile più elevata si trova al Nord (64,2%) e nel settore dei servizi (56,9%).
 

• L’intreccio fra lavoro retribuito e lavoro familiare

Sui soggetti femminili, e ciò vale per il contesto italiano, ma anche per la maggior parte dei paesi europei, continuano a gravare più carichi di lavoro: accanto a lavori remunerati, quelli non remunerati, ma non meno impegnativi. In particolare, si osserva qui come la combinazione fra lavoro per il mercato e lavoro familiare, e di cura, conduca le donne a lavorare in misura maggiore rispetto ai propri partner maschili.
Se si guarda, ad esempio, ai dati Istat relativi alla distribuzione dei carichi di cura, si può subito notare che il tempo dedicato quotidianamente dalle donne al lavoro di tipo familiare supera nettamente il tempo dedicato dagli uomini. Ad esempio, per quanto riguarda il 2009, la media delle ore giornaliere dedicate dalle donne al lavoro familiare è pari a 4 ore e 45 minuti, contro le 2 ore e 21 minuti degli uomini.
Nonostante continui ad esistere una netta differenza in termini di impegno per il lavoro familiare fra donne e uomini, si può osservare che, tra il 1988 e il 2009, gli uomini hanno progressivamente aumentato il proprio impegno nell’ambito familiare. Qualche numero in grado di descrivere questa tendenza: se nel 1988 gli uomini dedicavano al lavoro familiare solo 1 ora e 58 minuti, questa quantità di tempo è aumentata nel 2009 a 2 ore e 21 minuti. Per contro, sebbene in misura contenuta, le quote di tempo dedicate dalle donne al lavoro familiare si sono leggermene ridotte, passando dalle 5 ore e 30 minuti del 1988 alle 4 ore e 45 minuti del 2009.
È interessante confrontare questi dati con quelli relativi al tempo libero e al tempo dedicato al lavoro per il mercato. Gli uomini dedicano al lavoro per il mercato in media 8 ore e 18 minuti al giorno, le donne 6 ore e 41 minuti. Il tempo libero si distribuisce fra uomini e donne ancora in modo sbilanciato: 3 ore 39 minuti è la quantità di tempo libero quotidianamente a disposizione degli uomini, 2 ore e 44 minuti quella a disposizione delle donne, a sottolineare il persistere di un maggiore impegno femminile nel lavoro familiare e di cura.
Un dato sintetico esprime bene questa disparità. L’indice di asimmetria del lavoro familiare, utilizzato nell’indagine “Uso del tempo” dell’Istat (che indica la quantità del lavoro familiare svolto dalle donne sul totale di quello svolto da entrambi i partner) per le coppie senza figli è pari al 69,3% nel Nord, al 73,4% al Centro, e al 77,9% al Sud (dati 2008-2009). Si può notare in questo confronto fra aree territoriali il permanere di modelli tradizionali di divisione del lavoro, in modo più marcato nel Mezzogiorno. In presenza di figli, i ruoli in famiglia tendono a divergere maggiormente. Nelle coppie con figli, infatti, l’indice di disparità dell’uso del tempo elaborato dall’Istat diventa più importante, tanto al Nord (69,9%) come al Centro (71,9%) e al Sud (74,8 %).
 

• Il ricorso differenziato ai congedi parentali materni e paterni

Se si confrontano nel dettaglio i numeri relativi ai beneficiari di congedi parentali nel lavoro dipendente, distinti tra donne e uomini nell’anno 2009, la disparità è netta: le prime ne usufruiscono quasi dieci volte in più rispetto ai secondi (253.196 contro 23.768). Anche a livello regionale si osserva tale disparità: in Lombardia, ad esempio, il 94,4% delle persone con contratto di lavoro dipendente che hanno beneficiato di un congedo parentale nel 2009 sono donne. La Lombardia, sempre nello stesso anno, con i suoi 80.076 congedi totali si classifica al primo posto fra le regioni italiane (il dato complessivo, relativo a tutte le regioni è, nello stesso periodo di tempo, pari a 375.135). Anche in questo caso, dunque, si confermano le maggiori chance di lavoro regolare al Nord per le donne, che possono dunque usufruire di un numero maggiore di congedi parentali, ma anche il persistere di un forte gap fra utilizzo dei congedi paterni e materni. E questo, nonostante il testo unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità (Legge 53, 8 marzo 2000), attualmente in vigore. Tale differenza può essere ricondotta ad una tradizionale visione del ruolo materno come cruciale per la corretta crescita e educazione dei figli, a fronte di una figura paterna che si mantiene sullo sfondo, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, e che svolge un ruolo in tal senso marginale. 
 

• Il rientro dopo la maternità: esclusione dal mondo del lavoro?

Nel 2009, dopo la nascita del primo figlio in Italia il 27% delle donne occupate lascia il lavoro. Se infatti prima della nascita dei figli lavorano nel nostro paese 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1%.
Nel 90% dei casi di uscita dal lavoro la motivazione principale dell'abbandono dell'impiego è legata ad esigenze di cura dei figli, ancora una volta a rimarcare l’esclusività del ruolo femminile/materno in questo ambito, soprattutto nei primi anni di vita e, di conseguenza, un ruolo maschile/paterno ancora marginale.
Altri dati interessanti sul tema del rientro al lavoro dopo la maternità sono quelli relativi al tasso di occupazione delle donne con o senza figli. In Italia lavora il 68% delle donne senza figli, il 60,3% di quelle con un solo figlio, il 53,7% di quelle con due figli. Si può dunque facilmente intuire il nodo cruciale che la presenza di figli gioca nel ridurre le possibilità per le donne italiane di rientrare nel mercato del lavoro. Questa constatazione consente di riflettere ancora una volta sull’esistenza di forti discriminazioni nei confronti delle donne nella società italiana, che penalizza le donne che lavorano e al contempo vogliono soddisfare il proprio desiderio di maternità.
Questa penalizzazione riguarda anche le figure femminili più privilegiate nel mondo del lavoro, quelle che ricoprono posizioni dirigenziali. Sebbene in questo caso la nascita di un figlio non comporti l’abbandono del posto di lavoro, tuttavia la loro carriera risulta spesso compromessa. Secondo l’indagine Manageritalia del 2010, il 59% dei manager intervistati dopo un'assenza di sei mesi (in grande maggioranza donne), ha infatti parlato di difficoltà lavorative da imputarsi a perdita di influenza e di ruolo, e il 23% di problemi legati al mobbing.

 

Fonti:

Indagine Manageritalia 2010
Isfol, Indagine sul lavoro sommerso, 2007
Istat, Rapporto sulla coesione sociale 2010
 

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