Quali sono i settori di attività più rilevanti nel mercato del lavoro milanese? E come si differenziano se osserviamo separatamente l’occupazione femminile e quella maschile? In quali posizioni professionali si inseriscono le lavoratrici e i lavoratori milanesi? Quale rilevanza assume la qualificazione della forza lavoro in questo quadro?
Per rispondere a queste domande, possiamo mettere in evidenza alcune caratteristiche salienti del mercato del lavoro milanese.
La prima caratteristica è la forte vocazione al terziario, che tuttavia acquista una distinta connotazione a seconda che si consideri l’occupazione femminile o maschile.
Il settore dei servizi impiega infatti l’80,9% degli occupati milanesi. La rilevanza del settore terziario all’interno del mercato del lavoro milanese appare ancora più notevole se confrontata con la media nazionale (il 66,5% degli occupati italiani è impiegato nei servizi) e con il dato relativo all’Italia nord-occidentale (64% degli occupati nei servizi) e alla Lombardia (62,5%). Parallelamente, la percentuale di occupati nell’industria (14,2%) è inferiore rispetto alla media italiana (29,7%), nord-occidentale (33,6%) e regionale (35,6%).
All’interno di questo quadro, vi sono profonde differenze nella composizione degli occupati per settore di attività rispetto al genere. Il peso dell’occupazione nei servizi (escluso il commercio) tra le donne (77,22%) è superiore di 15 punti percentuali rispetto a quello registrato tra gli uomini (61,86%). Al contrario, la rilevanza dell’impiego nell’industria è maggiore per gli uomini che per le donne (24,91% degli uomini occupati, contro l’11,65% delle occupate).
All’interno del settore terziario, i lavoratori sono impiegati prevalentemente nelle attività di servizio alle imprese (26,22%) e in misura minore negli altri rami di attività. Le lavoratrici appaiono invece concentrate, oltre che nei servizi alle imprese (21,8% delle occupate), nell’istruzione, sanità e servizi sociali (19,5%, contro il 5,7% tra gli uomini) e in altri servizi pubblici, sociali e alle persone (17% delle occupate, contro il 6,4% tra gli uomini).
Il secondo aspetto su cui ci soffermiamo riguarda la collocazione professionale dei lavoratori e delle lavoratrici milanesi.
In linea con le tendenze tipiche dei contesti metropolitani, anche a Milano si può osservare la contemporanea presenza sia di alti livelli di occupazione qualificata sia di occupazione scarsamente qualificata. In altre parole, nella città di Milano il peso occupazionale delle professioni altamente specializzate è superiore a quello registrato a livello nazionale, ma lo è anche il peso delle professioni non qualificate. Questo accade perché con la crescita del terziario e del terziario avanzato vi è un parallelo aumento della domanda di servizi di supporto alla persona (tra i quali spicca il lavoro di cura e domestico) e di servizi legati alla logistica e alla cura degli ambienti di lavoro (ad esempio, attività di pulizia e manutenzione degli edifici).
La quota di occupati milanesi in professioni intellettuali e scientifiche (nel 2008, pari al 18% degli occupati) è superiore rispetto sia al dato nazionale sia al dato del Nord-Ovest (dove rappresentano poco più del 10% degli occupati).Un’osservazione simile vale per le professioni tecniche (26,8% degli occupati milanesi, contro il 21% degli occupati in Italia e il 23,5% nel Nord-Ovest), e per le posizioni apicali di legislatori, dirigenti e imprenditori (6% degli occupati milanesi, contro il 4,5% degli occupati in Italia e nel Nord-Ovest). Importante è anche il peso delle professioni qualificate nei servizi (15,5%) e delle posizioni impiegatizie (11%). All’estremo opposto, troviamo le professioni non qualificate, che impiegano il 11,3% delle persone occupate a Milano, mentre solo il 9% a livello nazionale e il 7,6% nel Nord-Ovest.
Questa distribuzione generale si modifica notevolmente mettendo a confronto donne e uomini. Le donne appaiono sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali: costituiscono solo il 34,5% della classe dirigente e imprenditoriale milanese. Tra le altre posizioni qualificate, le donne sono discretamente presenti nelle professioni intellettuali e scientifiche (48,9% donne e 51,1% uomini) e nelle professioni tecniche (49% donne e 51% uomini), mentre sono prevalenti nelle professioni impiegatizie (63,5% donne e 36,5% uomini). La componente femminile è invece preponderante all’interno delle professioni non qualificate (55,9% donne e 44,1% uomini).
Infine, l’ultima caratteristica da porre in evidenza riguarda l’alta qualificazione della forza lavoro milanese e, in particolare, della sua componente femminile.
La popolazione in età lavorativa a Milano è composta in larga misura da persone con livello di istruzione medio-alto: il 68% della popolazione tra i 15 e i 64 anni possiede almeno un diploma di istruzione secondaria superiore (percentuale che sale ad oltre il 75% se si considerano le sole persone occupate), mentre più di un quarto della popolazione ha conseguito un titolo di studio universitario (laurea o postlaurea). Tuttavia è opportuno sottolineare che esiste anche un importante segmento di popolazione non qualificata, che possiede un titolo di studio pari o inferiore all’istruzione primaria (45.000 persone, pari al 5,4% della popolazione milanese tra i 15 e i 64 anni).
Il livello di istruzione è in media più alto per la componente femminile della popolazione: le donne in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore sono il 68,7% (67,4% gli uomini), quelle in possesso di una laurea o di un titolo post-laurea sono il 30% (percentuale pari al 25,6% per gli uomini).
Il maggior grado di istruzione non si traduce automaticamente in un vantaggio competitivo nel mondo del lavoro: sebbene la popolazione femminile risulti generalmente più istruita, come abbiamo visto essa è sottorappresentata nelle posizioni apicali e dirigenziali, e sovrappresentata sia nelle posizioni impiegatizie sia nei lavori non qualificati.
Tale svantaggio non è solo milanese, ma va piuttosto ricondotto a una caratteristica della struttura occupazionale italiana, come si spiega nel breve approfondimento che segue.
Secondo le elaborazioni di Manageritalia su dati Eurostat 2008, le donne dirigenti in Italia rappresentano solo l’11,9% del totale dei dipendenti in posizioni dirigenziali, mentre in Europa sono in media il 33%. In questo modo, l’Italia si colloca all’ultimo posto della graduatoria europea, superata da tutti gli altri Paesi dell’Europa a 27, compresi i Paesi dell’Europa del Sud e Mediterranea (Spagna, Portogallo e Grecia). Ad esempio, in Francia, le donne dirigenti raggiungono il 37,4%, nel Regno Unito il 34,9%, in Germania il 29,3%, in Grecia il 14,6%.
L’Italia si posiziona agli ultimi posti della classifica europea anche rispetto al dato, più specifico, relativo alla presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate. Solo il 3,2% dei dirigenti di queste società sono donne, contro una media dell’Europa a 27 dell’11,4%. L’Italia si colloca al quart’ultimo posto nella graduatoria europea rispetto a questo dato.
Questi numeri confermano l’esistenza di persistenti dinamiche di segregazione verticale nei confronti delle donne, per le quali è tuttora difficile e poco frequente il raggiungimento di posizioni di vertice e direttive. Tali dati, inoltre, mostrano come in Italia (a differenza di quanto avviene in Europa) stenti ad affermarsi una cultura di genere paritaria nei luoghi del lavoro, ovvero una cultura capace di riconoscere le potenzialità delle lavoratrici e il loro indispensabile contributo per lo sviluppo dei diversi ambiti di lavoro.
Spostando l’attenzione al livello regionale, la Lombardia si situa in una posizione intermedia tra le regioni italiane per presenza di donne in posizioni dirigenziali. Ai primi posti della graduatoria relativa alla percentuale di donne dirigenti si trovano infatti la Calabria (16,2%) e il Lazio (16%); segue la Lombardia (13,4%), mentre agli ultimi posti si collocano Trentino Alto Adige (6,8%), Abruzzo (6,6%) e Basilicata (6,3%). La significativa presenza di donne in posizioni dirigenziali nelle aree mediterranee del paese, dove il mercato del lavoro è più depresso (ad esempio, in Calabria), può essere ricondotta al maggior peso dell’impiego pubblico nella struttura occupazionale di queste zone. Nel settore pubblico, infatti, la progressione di carriera dipende in larga misura da meccanismi formali di selezione e validazione (ad esempio, concorsi, valutazione dei titoli di studio, anzianità di servizio). Tali meccanismi sembrano consentire un maggiore riconoscimento delle competenze delle lavoratrici (che, come è già stato osservato, al Sud sono particolarmente qualificate), ed arginare gli effetti delle dinamiche discriminatorie attive nel mercato del lavoro generale (e, in specifico, nel settore privato).
Indagine Manageritalia 2010
Istat, Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro, media 2008
Settore Statistico del Comune di Milano, elaborazione su dati Istat, Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro, media 2008